Immagini di guerra negli occhi dei bambini

domande frequenti diesse solution

Dottor Maiolo, le guerre oggi non si combattono solo con bombe e missili, ma anche attraverso i mezzi di comunicazione, che più che mai diventano arma per colpire il nemico. Ecco che allora in televisione si susseguono quasi in tempo reale immagini di distruzione, di militari fatti prigionieri e di persone uccise in combattimento. Cosa produce in noi tutto questo?
Questa guerra che stiamo vivendo tutti in tempo reale è profondamente diversa da tutte le altre e per diversi motivi. Primo fra tutti il fatto che sia ormai un fenomeno mediatico di rilevanza mondiale e utilizzato con astuzia da entrambe le parti in conflitto.

Una curiosità che la dice lunga su questo fenomeno è ad esempio il fatto che gli Stati Uniti per farci seguire la guerra in diretta, hanno allestito, con un notevole impegno economico, una Sala stampa coordinata da un regista. Se allora da una parte questo sembra servirci per sapere tutto quello che sta accadendo, gli orrori, le atrocità e le devastazioni che producono tutte le guerre, dall’altra però ci espone, tutti, in maniera eccessiva e pericolosamente alla violenza. Ciò non solo fa aumentare il senso di precarietà e di disagio, di ansia e paura, ma allo stesso tempo può produrre, per difesa e soprattutto se la guerra sarà lunga come ormai si prevede, un senso di indifferenza alla tragedia e alla morte, una sorta di anestesia dell’affettività e una freddezza emotiva.

E i minori che notoriamente passano molte ore davanti alla TV come possono reagire? Come “proteggere” (o educare?) i bambini di fronte a queste notizie?
I rischi che corrono gli adulti, gli effetti possibili di questa sovraesposizione allo “spettacolo” della guerra possono essere maggiori per i minori, i bambini e gli adolescenti. Proteggerli diventa assolutamente necessario. Ci vorrebbe il coraggio di spegnere sapientemente il televisore e lasciare spazio di più alle riflessioni e ai commenti in famiglia, piuttosto alla lettura delle notizie sui giornali.

In ogni caso i più piccoli non dovrebbero stare da soli a guardare la TV. Essi, soprattutto fino agli 8 anni, non hanno ancora elaborato il concetto della morte e può essere molto pericoloso per la loro stabilità emotiva farli assistere continuamente a immagini di distruzione e uccisione, di sparatorie e esplosioni. E’ necessario stare loro accanto per commentare ciò che vedono e spiegare con parole adatte alla loro età cosa sta accadendo, contenere l’inevitabile paura che essi possono provare e l’angoscia che si può sviluppare. Non è raro che un bambino vedendo ammazzamenti e devastazione, abbia incubi notturni, manifesti irrequietezza di giorno o sviluppi insonnia e disturbi psicosomatici. Vedere insieme con loro la guerra “televisiva” vuol dire non lasciarli soli con i loro interrogativi ma anche permettergli di parlare ed esprimere i loro sentimenti e farci domande sulle cose che non capiscono. Significa rassicurarli e tranquillizzarli. Significa impedire che la spettacolarizzazione della tragedia umana si trasformi nella loro mente in un gioco, simile ai tanti videogiochi che i bambini utilizzano ormai troppo frequentemente. Significa impedire che la realtà diventi virtuale. Con i più grandi, gli adolescenti, il discoro è diverso. Essi hanno più strumenti critici per leggere ciò che accade, ma vanno guidati a capire ed evitare il pregiudizio. Vanno orientati a dare un significato alla violenza, e “educati” a capire che ci sono anche altri modi per gestire i conflitti anche se, oggi come oggi, possiamo tristemente affermare che siamo ancora fallimentari sul piano della negoziazione e della diplomazia.

La generazione dei genitori di oggi ha avuto la grande fortuna di non vivere sulla propria pelle il dramma della guerra e spesso sono i primi ad essere terrorizzati di fronte agli scenari di questi giorni. A quali mezzi possono ricorrere per rassicurare i loro figli e prima ancora di rassicurare se stessi?
Credo che per prima cosa gli adulti di oggi, i tanti genitori che non hanno vissuto le atrocità e I massacri che ogni guerra ha produtto, hanno il dovere di riflettere sull’importanza di apprendere modalità nuove e diverse per la gestione dei conflitti. E’ necessaria una nuova consapevolezza, una rinnovata morale che ci porti fuori dalle logiche diadiche primitive del tipo giusto o ingiusto, con me o contro di me, amico o nemico. Sviluppare una cultura della mediazione dei conflitti è compito dei grandi, di coloro che vogliono aiutare le nuove generazioni ad uscire dai recinti stretti del vincere/perdere, del torto/ ragione. Rassicurare se stessi e i propri figli e difenderli oggi per il domain, significa prima di tutto fare ogni sforzo per disinnescare i circuiti perversi della violenza a partire da quella quotidiana, quella presente nella famiglia, nella scuola, nelle realzioni di ogni giorno. Educare alla pace significa contenere l’ escalation del conflitto relazionale e provare giorno per giorno a cercare altre soluzioni allo scontro violento.

In questi giorni molte sono le manifestazioni studentesche in favore della pace. Come hanno accolto, secondo lei la notizia della guera gli adolescenti? Quali possono essere le loro paure più grandi?
I giovani sono per natura portati a cercare le ragioni dell’esitenza e del mondo che si apre davanti ai loro occhi, nei territori del dialogo e del confronto, anche animato. E’ un grosso sbaglio pensare che essi siano “geneticamente” violenti. Amano lo scontro, questo è vero. Amano la protesta, la disobbedienza, la trasgresssività. Ma tutto questo è finalizzato a cercare un senso alla vita che ancora conoscono poco. La violenza si apprende perchè c’è qualcuno che la insegna e ancora nessuno che la fa “disimparare”. Per questo ogni generazione di adolescenti, è stata sempre sensibile ai discorsi sulla pace. Viceversa la guerra, questa guerra come ogni altra, è portatrice di un forte sentimento di preoccupazione, di angoscia, e innesca forti turbamenti in un giovane già alle prese con l’incertezza per il futuro, l’insicurezza e l’instabilità del presente. Se poi si trova da solo ad affrontare tutti questi temi, le cose si complicano. Il senso di impotenza e di incapacità può aumentare a dismisura. La fiducia in se stessi, negli altri e nella vita crolla. Il dolore interno, quello profondo, può anche diventare incurabile.

Che fare con loro?
Sento in questi giorni i giovani che si lamentano di non riuscire a parlare delle loro paure con i grandi, con I loro genitori, indaffarati a contiunare la vita e il lavoro. Ascolto gli studenti che reclamano a scuola dagli insegnanti più attenzione e tempo per la discussione sulla sui temi della guerra. Penso che bisognerebbe spendere di più in questa direzione senza spaventarsi di scendere sul terreno delicato del confronto. Magari partendo da questa occasione, la scuola potrebbe allargare l’angolo di osservazione e coinvolgere i giovani in un processo di trasformazione culturale. Penso all’importanza di allestire laboratori permanenti finalizzati non tanto a ridurre l’aggressività quanto a fornire strumenti per la gestione della violenza e la soluzione dei conflitti E’ questo uno dei compiti primari di chi ha funzioni educative: fare uno sforzo per aiutare I giovani “disimparare” la violenza. Quella violenza che purtroppo oggi si impara con la pratica diretta e con l’assimilazione di una cultura troppo polarizzata e conflittuale e ancora troppo poco incline ai valori della mediazione.

Immagini di guerra negli occhi dei bambini ultima modifica: 2014-08-12T23:58:02+00:00 da admin

Lascia un commento


*